I brevetti dei Fenici
 

La porpora nelle fonti classiche: dalla tenerezza amorosa alla severa autorità del regno

Enrico Acquaro

 

 

Allegoria di Venere

Allegoria del trionfo di Venere (Venere e Cupido), Angelo Bronzino. Londra, National Gallery.

 

 

 

 

 

 

Trionfo di Pan

Trionfo di Pan, Nicolas Poussin. Kansas City, M.O., The Nelson-Atkins Museum of Art.

 

 

 

Nella presentazione che introduce il sito abbiamo manifestato l’intenzione di seguire alcune conquiste tecnologiche, sperimentazioni strategiche, tattiche, dottrinali, che, nate con i Fenici “inventori” o “diffusori” delle stesse, sono divenute in seguito patrimonio di tutta l’umanità. Un’umanità da sempre impegnata a riconoscere nell’incertezza e nella labilità della vita valori e simboli di sicuro, universale, riferimento.

Fra i molti portati simbolici cui il colore porpora si presta, grazie anche alla sua stessa infinita varietà di toni e d’iridescenza, si ricorderanno qui diversi aspetti del suo simbolismo: dalle più riposte manifestazioni d’amore alla sacralità del potere regale che in essa si mostra in tutta la sua suggestione d’ascendenza divina.

Che la porpora e la sua tintura trovino in Fenicia, e in particolare a Tiro e a Sidone, il loro più prezioso ed apprezzato impiego artigianale non v’è ombra di dubbio: basta rifarsi anche ad un’antologica lettura delle fonti classiche (1). Le stesse fonti dànno conto di quello che sappiamo anche dalla ricerca archeologica (2): l’industria della porpora non è monopolio fenicio, e tessuti color porpora sono trattati in altri parti del Mediterraneo, ad Ancona (3), a Taranto (4), in Macedonia (5), in Tessaglia (6), in Focide (7), in Laconia (8), in Meninge e in Getulia (9).

La sfera divina cui attinge la porpora tocca due aspetti che rimarranno tali in tutta la storia della tintura e che poi si riverseranno nell’umano universo, contribuendo a dare un segnale di trascendenza da un lato al mondo femminile impegnato negli atti d’amore, dall’altro al mondo eroico che nella guerra trasferisce il simbolismo della regalità divina. Si passerà così dal rossore color porpora delle dee e di Cupido (10) alla porpora del volto virginale (11) o dell’amante colta nella sua piena sensualità (12). Dall’atto amoroso al purpureo della natura, che scopre i suoi valori legati anche al sangue vivificante di personaggi mitici ed eroi, il passo è breve (13). Non altrettanto esplicito, ma pure ripercorribile nell’itinerario ora ricordato fra il trascendente divino e l’immanente umano è l’impiego della porpora in abiti e drappi di eroi e divinità (14) e in cimieri e mantelli a complemento della vocazione eroica di personaggi impegnati nel ruolo di portatori di regalità (15). Proprio l’immediatezza del messaggio che l’utilizzo di vesti di porpora comporta può però portare all’uso improprio della stessa, quasi un sacrilego contatto con un portato divino di cui si è indegni (16), o indizio di progetti eversivi tesi a proporre nuovi pretendenti alla dignità regale (17). Il valore di sostanza placebo amplia lo spettro d’intervento della porpora, che concorre a curare alcune patologie (18) e dà decoro editoriale ai manoscritti (19), che recuperano in questa decorazione di pregio l’ambientazione purpurea delle lettere dell’alfabeto (20): raro, ma pure attestato è il concorso delle murici che producono la porpora a conferire valore architettonico ai soffitti (21). La porpora, infine, registra anche una serie di considerazioni “dissacranti” sulla sua natura, spesso maleodorante e ricondotta a valori di cibo e a processi chimici che poco hanno della simbologia sociale e regale che più abitualmente assume (22). Una menzione a parte merita una notazione di fine ironia, in cui la porpora si esprime in prima persona (23).

 

 

Note

(1) Ovidio, Epodi, XII, 23-23: a un’amante insaziabile: “Per chi credi preparate queste lane imbevute di murici di Tiro?...”.
            Ovidio, Lettere di eroine, Ep. 12. Medea a Giasone, 179: “Rida, e giaccia altera su porpora di Tiro…”.
            Ovidio, Metamorfosi, V, 47-51: “…C’era un indiano, Ati…di una bellezza stupenda, accresciuta dall’abbigliamento sfarzoso, nel fiore dei suoi sedici anni, indossava un mantello di Tiro orlato da un bordo d’oro…”.
            Ovidio, Metamorfosi, VI, 61-62: “Mettono nel tessuto porpora che ha conosciuto la caldaia a Tiro, e sfumature delicate, distinguibili appena…”.
            Ovidio, Metamorfosi, VI, 221-223: “È qui che alcuni dei sette figli di Niobe e di Anione balzano sui forti cavalli premendo le groppe ammantate di rosso di Tiro…”.
            Ovidio, Metamorfosi, XI, 165-166: “Febo…spazzava il suolo col suo mantello impregnato di porpora di Tiro,…”.
            Stazio, Le selve, I, 2.130-131: “qui brillano rocce per le quali/impallidiscono d’invidia la porpora di Ebalo e il rimestare/della caldaia tiria…”.
            Stazio, Le selve, III, 1.135-141: “…e mi dirai dei profumati boschi dell’Idumea in fiore,/dove rosseggiano i preziosi tessuti di Tiro e dove la porpora/si tinge due volte nelle fabbriche di Sidone, dove i rigogliosi ramoscelli/appena germogliati distillano balsami di splendente candore…”.
            Petronio, Satyricon, 30:“…Mi ha fatto perdere una veste da tavola che mi aveva regalato un cliente per il mio compleanno, senza dubbio di Tiro, e lavata una sola volta…”.
            Plinio il Vecchio, Storia naturale, V, 76-78: “Tiro era un tempo un’isola separata dalla terraferma da un tratto di mare molto profondo largo 700 passi, ora è, invece, unita al continente grazie ai lavori compiuti da Alessandro Magno durante l’assedio. Era prima famosa come madrepatria delle città di Lepcis, Utica, Cartagine, grande rivale dell’impero romano nella ricerca del dominio universale, ed infine di Cadice, fondata al di là dei confini del mondo. Ora è rinomata soltanto per le conchiglie e per la porpora”.
            Plinio il Vecchio, Storia naturale, IX, 124-141: “…La miglior porpora dell’Asia è a Tiro, dell’Africa a Meninge e lungo la costa oceanica dei Getuli; la migliore dell’Europa in Laconia…Cornelio Nepote, che morì sotto il principato del divino Augusto, disse: ‘Quando ero giovane, era di moda la porpora violacea e una libbra si vendeva cento denari; non molto tempo dopo era di moda la porpora vermiglia di Taranto. A questa successe la dibapha di Tiro, che non si poteva comprare con mille denari per libbra… Si chiamava allora dibapha la porpora tinta due volte (come si trattasse di un dispendio fastoso), allo stesso modo in cui ora si tingono tutte le porpore scelte…”.
            Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXI, 45-46: “Noto che i colori principali sono questi tre: il rosso dello scarlatto, il quale, sfumando nella sua bellezza a partire dal colore delle rose, giunge in qualche misura, con i suoi riflessi, fino alla tonalità delle porpore tirie, di quelle messe a bagno due volte e delle laconiche; l’ametista, che dal violetto va anch’esso verso il purpureo…un altro è quello della malva, che dà sulla porpora…”.
            Silio Italico, Le guerre puniche, VIII, 436-437: “Essa [Vetulonia] abbellì con ornamenti d’avorio le alte sedie curuli, e per prima orlò la veste della porpora di Tiro”.
            Silio Italico, Le guerre puniche, XIV, 655-660: “Da nessuna parte in quell’epoca la gloria della pittura fu più luminosa…la stoffa tessuta d’oro fulvo, che raffigurava nella trama volti ancora vivi, avrebbe potuto gareggiare con le tele che Babilonia ricama con la spola o con quelle di porpora che produce la ricca Tiro…”.
            Silio Italico, Le guerre puniche, XV, 23-25: “L’una [Virtù] spirava dal capo le fragranze achemenie, con le chiome sparse d’ambrosia e splendente nella veste, ove la porpora tiria si univa al fulvo oro…”.
            Marziale, Epigrammi, II, XXIX: “…Il suo mantello ha bevuto più volte la porpora di Tiro…”.
            Marziale, Epigrammi, VI, XI: “Te veste Tiro, la patria di Cadmo, me la rozza Gallia:/dovrei, coperto di un saio, amare te vestito di porpora?…”.
            Marziale, Epigrammi, VIII, X: “Basso ha comprato per la somma di diecimila sesterzi/un tessuto di Tiro dai bellissimi colori”.
            Marziale, Epigrammi, XIV, CXXXIII: “La mia lana non mente, non cambio colore nel bronzo./Piaccia pure la lana di Tiro: la mia l’ha tinta la mia pecora”.
            Giovenale, Satire, VI, 246-247: “E chi infine non conosce i loro mantelli [delle donne] ginnici di porpora di Tiro e gli unguenti per i loro esercizi?”.
            Giovenale, Satire, VII, 134-138: “…tanto per lui [Tongillo] garantisce la porpora di tessuto tirio che indossa, che viene da lontano per mare. Tutto ciò è utile per loro: la porpora e le vesti color ametista fan buono un avvocato: a lui conviene, col baccano e con l’aspetto esteriore, vivere una vita assai superiore alle sue possibilità: la prodiga Roma non trova mai un limite alle sue spese”.
            Pausania, Guida della Grecia, V. L’Elide e Olimpia, 12,4: “Ad Olimpia un velo di lana colorato di ricami assiri e del colore della porpora dei Fenici l’offrì Antioco, lo stesso di cui sono doni votivi, alle spalle del teatro di Atene, l’egida d’oro con sopra la Gorgoni. Questo velo non lo sollevano verso l’alto in direzione del tetto, come nel tempio d’Artemide Eresia, ma calandolo con delle cordicelle lo fanno scendere fino al pavimento”.
            Apuleio. Metamorfosi, X, 20: “…ci prepararono il letto mettendo per terra cuscini gonfi di morbidissima piuma; ci stendono sopra una coperta di porpora di Tiro intessuta d’oro…”.
Giustino, Storie Filippiche, XV. Degli edifici e dei campi. I. Delle città, nobili città fortificate: loro fondatori ed origini [27]: “Tiro, città della Fenicia, fu fondata dai Fenici. Da questa città proviene l’oro del re Salomone. In essa si prepara la migliore porpora, ragion per cui la porpora più nobile è detta Tiria”.

(2) Cf. da ultimo con la bibliografia ivi contenuta: E. Acquaro - B. Farfaneti, L’industria e l’artigianato. La porpora e la salagione (= Quaderni di Archeologia e Antropologia. Temi di Archeologia punica - IV), Lugano 2007.

(3) Silio Italico, Le guerre puniche, VIII, 436-437: “Sta in armi Ancona, non inferiore a Sidone nel colorare di rosso la lana né alle porpore libiche…”.

(4) Plinio il Vecchio, Storia naturale, IX, 124-141.

(5) Curzio Rufo, Storie di Alessandro Magno, V, 2, 18-19: “Capitò che dalla madrepatria furono inviati in dono ad Alessandro capi d’abbigliamento macedoni e parecchia stoffa di porpora, insieme alle donne che li avevano cuciti: egli fece portare la roba a Sisigambi – continuava infatti a trattarla con ogni rispetto e addirittura con pietà filiale –, mandandole a dire che se quegli indumenti le piacevano, abituasse le proprie nipoti a confezionarli: le istitutrici erano un suo omaggio personale. Lo spuntar delle lacrime a siffatta proposta palesò il disprezzo per un tal regalo: in effetti le donne persiane non reputano nient’altro più disonorevole che lavorare con le proprie mani la lana”.

(6) Lucrezio, La natura delle cose, II, 500-501: “Allora, pensa, i vestiti esotici, e la porpora della Tessaglia…”.

(7) Ovidio, Metamorfosi, VI, 47-48: “Suo padre, Idmone di Colofone, tingeva la lana spugnosa con porpora di Focea”.

(8) Plinio il Vecchio, Storia naturale, IX, 124-141: “…La miglior porpora…dell’Europa in Laconia…”.
            Orazio, Odi, II, 18. 7-8: altri doni non chiedo: “…o donne agiate filano/per me lane tinte in Laconia di porpora”.
            Stazio, Le selve, I, 2.130-131.

(9) Plinio il Vecchio, Storia naturale, IX, 124-141.
            Silio Italico, Le guerre puniche, XVI, 567-569: “Il primo premio è di Burno, che conficcò il dardo nel bersaglio ed ebbe in dono una schiava abile a mutare le candide lane nel rosso della porpora getulica…”.

(10)         Anacreonte, 5: “Signore, con cui giocano/ Eros possente, Ninfe/ dallo sguardo ceruleo,/ Afrodite purpurea…”.
            Posidippo Epigrammi, 126, 5-6: “...e allora essi [gli Amori], sui giovani scapoli, molte frecce/ scagliarono, dalle corde di porpora degli archi”.
            Catullo, Poesie, LXIV, 49-50: “E nel cuore della casa è pronto il letto nuziale/ della dea: inciso in avorio indiano, lo ricopre/ una coltre tinta con la porpora rosa/ delle conchiglie…”.
            Ovidio, Metamorfosi, III, 183-185: “Quel colore purpureo che prendono le nuvole contro cui si rifrange il sole, o che ha l’aurora, quel colore apparve sul volto di Diana sorpresa senza veste”.
            Apuleio, Metamorfosi, V, 22: “…E vede la splendida chioma divina, madida di ambrosia; il collo bianco come latte e le labbra rosse come la porpora…”.

(11)         Ovidio, Metamorfosi, VI, 47-48: “…e un improvviso rossore le dipinge suo malgrado il viso e poi ridilegua, come l’aria s’imporpora al primo comparire dell’aurora…”.
            Ovidio, Metamorfosi, X, 594-596: “…e il candore verginale del suo corpo si è soffuso di rosa: così una tenda di porpora, in un atrio marmoreo, trasmette al bianco come un velo d’ombra…”.

(12)         Marziale, Epigrammi, XIV, CLVI: “Paride il pastore chi ha regalato all’amante spartana:/ la porpora di sua madre Leda non era così bella”.
            Ovidio, Epodi, XII, 23.
            Ovidio, Lettere di eroine, Ep. 5. Enone a Paride, 87-88: “E non mi disprezzare se ho giaciuto con te sopra foglie di faggio: a un letto di porpora sono più adatta”.
            Ovidio, Lettere di eroine, Ep. 12. Medea a Giasone, 179.
            Ovidio, Lettere di eroine, Ep. 17. Elena a Paride, 223-224: “…avrò doni più abbondanti di quelli che mi hai promesso; certamente mi sarà data porpora e tessuti pregiati e sarò ricca di cumuli d’oro”.
            Giovenale, Satire, X, 331-334: “È il giovane migliore e il più bello di tutta la nobiltà. Il poveretto viene trascinato sotto gli occhi di Messalina con minacce di morte. Ella già da tempo lo attende col velo nuziale pronto, il letto coperto di porpora, in mezzo al giardini…”.
            Apuleio, La magia, 9: “…Tu dammi in cambio, per i fiori di primavera, la tua primavera,/sì che tu superi coi tuoi doni i miei;/per i serti intrecciati dammi col tuo corpo un amplesso/e per le rose i baci della tua purpurea bocca…”.
            Apuleio, Metamorfosi, X, 22: “…come avrei potuto…baciare quelle porporine labbruzze d’ambrosia…”.

(13)         Platone, Fedone, 110c: “E di lassù tutta la terra è di tali colori, ed ancora molto più splendidi e più puri di questi: e una parte è tinta in porpora ed è meravigliosa per bellezza, un’altra parte è dorata, un’altra ancora, tutta quella che è bianca, è più bianca del gesso e della neve…”.
            Appendix Virgiliana, Elegie per Mecenate, I, 123-124: “Eri adatto a sdraiarti sul suo giaciglio color croco, e, quando la rugiada bagna appena il letto purpureo [poeniceum]”.
            Appendix Virgiliana, Imprecazioni, 169-170: “E [Venere] godette che l’amante sciupasse sulla tenera erba i purpurei fiori, sui quali si sdraiava…”.
            Appendix Virgiliana, L’Etna, 332-333: “Sebbene l’aria brilli limpida nell’azzurro cielo e la stella del mattino sorga rosseggiante di porporo e oro”.
            Appendix Virgiliana, L’ostessa, 13: “…e serti dorati misti a rose porporine…”.
            Appendix Virgiliana, Zanzara, 398-406: “…Qui cresceranno…e la rosa pudibonda nel suo purpureo rossore,…e il bocco memore del re libico [di Mauretania}…”.
            Ovidio, Metamorfosi, VIII, 675-676: “…e mele profumate, in larghi canestri, e uva colta da tralci purpurei”.
            Ovidio, Metamorfosi, IX, 340-341: “Non lontano dallo stagno fioriva promettendo bacche, con colori simili alla porpora di Tiro, una pianta di giùggiolo amante dei luoghi umidi”.
            Ovidio, Metamorfosi, X, 210-213: “…il sangue [di Giacinto] che sparso al suolo ha rigato il prato ecco che non è più sangue, e un fiore più splendente della porpora di Tiro spunta e prende la forma che hanno i gigli: solo che è rosso, mentre il giglio è argento”.
            Ovidio, Metamorfasi, XIII, 394-396: “Fu il sangue stesso ad espellerla; e la terra arrossata del sangue [di Aiace] generò da una verde zolla un fiore purpureo, lo stesso fiore che già prima era nato dalla ferita dell’Ebàlide”.
            Ovidio, Metamorfosi, XIII, 813-814: “…ho anche uva porporina…”.
            Plinio il Vecchio, Storia naturale, I, III, 12: “…in essa l’umidità traccia delle linee ora azzurre, ora verdi, ora simili alla porpora…In modo analogo, infatti, anche la tinta della porpora, pur estratta dalla medesima conchiglia, non è uniforme: fa differenza quanto a lungo è stata fatta macerare”.
            Stazio, Le selve, III, 3.130: “…o come quando a primavera nei verdi prati avvizziscono i fiori purpurei”.
            Apuleio, Metamorfosi, III, 1: “Già l’aurora muovendo le rosee braccia galoppava nel cielo con le sue purpuree falere…”.

(14)        Apollonio Rodio, Le Argonautiche, IV, 422-428: “…gli offrirono molti doni ospitali/e tra essi anche la tunica sacra d’Issipile,/purpurea. La tesserono un tempo le Grazie,/per Dioniso, all’isola Dia, e Dioniso ne fece dono/più tardi al figlio Toante, e Toante la lasciò a Issipile, e lei la diede a Giasone, splendido dono ospitale,/insieme a molti altri”.
            Luciano, Dialoghi degli dei. 6, 2. Eros e Zeus:Eros:…Ma se vuoi essere amato, non scuotere l’egida, non portare il fulmine, più che puoi fatti dolce e delicato d’aspetto, con i riccioli sciolti e cinti dalla mitra, vèstiti di porpora, metti calzari d’oro, incedi armonioso al suono del flauto e dei timpani: e vedrai che ti verranno dietro più numerose delle Menadi di Dioniso”.
            Virgilio, Eneide, XI, 72-77: “Prese allora due vesti increspate di porpora e d’oro/ Enea, che Didone Sidonia un giorno gli fece contenta/ con le proprie sue mani e ne aveva con fili dorati/ trapunto il disegno; e d’una, in segno d’onore, riveste/ il ragazzo [Pallante], e copre dell’altra le chiome da ardere…”.
            Ovidio, Metamorfosi, II, 23-24: “…Il Sole sedeva avvolto in un manto di porpora, su un trono scintillante di fulgidi smeraldi”.
            Ovidio, Metamorfosi, III, 553-556: “…E ora invece Tebe sarà conquistata da un fanciullo inerme, al quale non piacciono né le guerre né i dardi né l’uso dei cavalli, ma i capelli fradici di mirra ed effeminate ghirlande e vestiti tinti di porpora e ricamati d’oro…”.
            Ovidio, Metamorfosi, VIII, 32-33: “…[Febo] avvolto in un manto purpureo caracollava su un cavallo bianco…”.
          Stazio, Le selve. III, 1. 36-37: “…Qui in tuo onore [Eracle] s’intesse/ un alto cuscino di acanto ricoperto di porpora simonia…”.

(15)         Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VIII. Pitagora, 47: “Eratostene sostiene… che fu il nostro Pitagora il primo a combattere gli incontri di pugilato sulla base di una vera tecnica, nella 48º Olimpiade, quando si presentò con una chioma di capelli lunghi e vestito di porpora; dopo essere stato escluso dalla gara dei fanciulli subito si presentò in quella degli uomini e vinse”.
            Apollonio Rodio, Le Argonautiche, II, 919-920: “…attorno al suo capo/splendeva l’elmo coi quattro cimieri e la cresta di porpora”.
            Luciano, Dialoghi delle Cortigiane. 13, 3. Leontico, Chenida e Innide: “Chenida: E a chi altri se non ad Achille, per Zeus!, il figlio di Teti e di Peleo? Tanto risaltava su di te l’elmo, e rifulgeva la porpora del mantello e scintillava lo scudo”.
            Cicerone, Catone Maggiore. La vecchiezza, 17, 59: “…Allora Lisandro, guardando il mantello di porpora del re [Ciro], la nitida eleganza di tutta la persona e d’oro e di gemme…”.
            Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XX, 34, 2, 5: “Perciò, [Agatocle] deposta la porpora e sostituitala con una veste umile e da comune cittadino, si presentò alla moltitudine…Poiché la moltitudine gli imponeva di rivestire la veste regale, piangendo e ringraziando i soldati indossò le vesti adatte…”; XXXI, 15 [exc. de Legat. p. 80]: “…Prusia fu uomo indegno del decoro di un re, e passò tutto il corso della sua vita a ingraziarsi ignobilmente i più potenti: quando ad esempio giunsero a lui gli ambasciatori romani, egli lasciò da parte i simboli della regalità, il diadema e la porpora…”.
            Virgilio, Eneide, XII, 125-126: “I duci, superbi di porpora e d’oro, a cavallo trascorrono/ in mezzo ai guerrieri a migliaia…”.
            Curzio Rufo, Storie di Alessandro Magno, IV, 1, 15-27; VI, 6, 4: “…Il fatto pareva ad Abdalonimo simile a un sogno: a tratti chiedeva loro se avessero abbastanza sale in zucca per burlarsi così spudoratamente di lui. Ma appena, ancora frastornato, fu lavato per bene e ammantato d’una veste con ricami in porpora e oro e rassicurato con un giuramento, ormai re per davvero raggiunse sotto loro scorta la reggia”; …“[Alessandro Magno] si cinse dunque il capo d’un diadema purpureo guarnito di bianco, come quello che aveva portato Dario…”.
            Ovidio, Epodi, Libro IV, 4, 25: “…la porpora della più alta magistratura rivestirà Pompeo…”.
            Ovidio, Lettere dal Ponto, Libro II, 49-50: “…così l’altro tuo figlio [Druso Minore], vendicatore del fratello,/ possa presto salire, rivestito di porpora, sui candidi destrieri…”.
            Ovidio, Lettere dal Ponto, Libro III, 4, 101-102: “ Prepara la porpora da gettare sulle spalle del vincitore;/ la corona può riconoscere da sola il capo a cui è abituata”.
            Ovidio, Lettere di eroine, Ep. 9. Deianira a Ercole, 101-102: “...Questi fatti [Ercole] puoi raccontare, addobbato con un manto sidonio?”.
            Ovidio, Metamorfosi, VII, 102-103: “il re in persona viene e si asside in mezzo alle sue guardie, tutto in porpora, e spicca per il suo scettro d’avorio”.
            Ovidio, Tristezze, IV, 2, 47-48: “Alto su tutti nel carro trionfale, Cesare, andrai,/ com’è d’uso, vestito di porpora in mezzo al tuo popolo”.
            Persio, Le satire, III, 35-43: “Grande padre degli dèi, quando un’atroce passione/ tinta di bollente veleno sfrena la mente dei crudeli/ tiranni, non punirli in altra maniera che questa:/ scorgano la virtù, e si sentano marcire per averla abbandonata./ O forse più gemettero i bronzi del siculo giovenco,/ o più atterrì la spada che pendeva dai dorati soffitti/ sulla testa porporata [di Damocle], di chi debba dire a se stesso:/ ‘Precipitiamo,/ precipitiamo fino al fondo”, e in sé impallidisca, infelice,/ mentre ne è ignara la sposa che gli dorme accanto’.”
            Silio Italico, Le guerre puniche, IV, 324-325: “Veloce accorre il condottiero sidonio [Annibale Barca], splendente d’oro e di porpora e intorno a lui sono Paura, Terrore e Furore”.
            Silio Italico, Le guerre puniche, VII, 634-642: “Era venuto a combattere dalla tiria Sidone Cleade della stirpe di Cadmo, sollecitato dalle richieste dei discendenti della città, e portava in aiuto le sue truppe alleate, superbo dei propri arcieri orientali…Era rivestito di porpora e ricoperto di porpora era il suo cavallo e per tutta la schiera rifulgeva la porpora che riempie le caldaie di bronzo di Agenore”.
            Silio Italico, Le guerre puniche, XI, 272-274: “E lui [Annibale], ritenuto degno di riverenza e di onori pari agli dèi, è accolto al posto di riguardo, su un letto che manda lontano bagliori di porpora”.
            Silio Italico, Le guerre puniche, XVII, 391-394: “Avanzava il condottiero agenoreo splendente nella porpora e l’alto capo era reso più eccelso da un rosso cimiero ondeggiante di piume”.
            Apuleio, Metamorfosi, XI, 8: “…C’era anche chi faceva il magistrato, coi fasci e la porpora…”.
            Giustino, Storie Filippiche, XII, 3, 9: “E affinché questo suo atteggiamento, riscontrato in lui soltanto, non avesse ad attirargli una certa ostilità, [Alessandro I il Molosso] ordinò anche ai suoi amici di indossare una lunga veste guarnita di oro e di porpora”.
            Ammiano Marcellino, Le storie, Libro IX. 11. Costanzo Augusto attacca con tutte le forze Bezabde e se n’allontana senz’aver concluso nulla. Sull’arcobaleno. [26]-[28]: “…Si aggiungeva la visione continua dell’arcobaleno…Il suo primo colore, per quanto l’occhio mortale può distinguere, è il giallo, il secondo è l’aureo fulvo; seguono al terzo posto il rosso, al quarto il color porpora…la quarta è color porpora perché a causa della densità dei vapori che brillano nel mezzo ed attraverso i quali essa si forma, lo splendore dei raggi, che ne deriva, assume una tinta simile a quella della fiamma. Questo colore, quanto più si diffonde, passa al ceruleo ed al verde”.

(16)        Senofonte, Economico, X, 3: “…mi riterresti forse un compagno per i nostri averi più degno del tuo amore…se cercassi d’ingannarti, dicendo di avere più di quello che ho e mi prendessi gioco di te, mostrandoti del denaro falso e facendoti passar per vere delle collane di legno solo rivestite di metallo e dei vestiti di porpora stinti?”.
            Seneca, Tieste, 344-345: “Non è il fasto a creare un re,/non il colore della veste tiria”.
            Marziale, Epigrammi, Libro X, LXXVI: “...il mulattiere Incitato rifulge nella veste di porpora…”.
            Giovenale, Satire, I, 26-30: “…quando un avanzo della plebaglia del Nilo, un servo di Canopo, Crispino, tirandosi sulle spalle porpora tiria, sventola in giro, con le dita sudate, il suo anellino estivo e par quasi non riesca a sopportare il peso della gemma, ah, è difficile allora non scrivere satire!”.
            Giovenale, Satire, III, 81-83: “E io non dovrei fuggire tutta la loro porpora? Dovrei sopportare che firmi prima di me nei contratti, o a tavola occupi il posto migliore, uno di costoro, portato a Roma dallo stesso vento con le prugne e coi fichi”.
            Plinio il Giovane, Panegirico a Traiano, 58: “…Rimanevano sempre schiavi dell’ambizione coloro i quali [fra i Romani], come sempre erano Principi, così sempre volevano restare Consoli. Deve sembrare che non fosse soltanto ambizione, quanto maligna gelosia quel costante tenere per sé l’onore del Consolato, e non trasmettere la porpora se non dopo averla male usata”.
            Tacito, Storie, II, 20: “…erano in molti a dimostrarsi offesi perché essa [Salonina] procedeva su un cavallo ricoperto di porpora, anche se ciò non recava danno ad alcuno. Ma è tipico dei mortali guardare con sospetto alle fortune recenti degli altri ed esigere moderazione nella mutata sorte proprio da parte di quelli che appartenevano un tempo alla loro stessa condizione sociale”.
            Curzio Rufo, Storie di Alessandro, III, 13,7: “I Persiani chiamano ‘gangabi’ quelli che trasportano pesi a spalla: costoro, al limite della sopportazione fisica – si era infatti improvvisamente scatenata una bufera di neve e il terreno s’irrigidiva nella morsa del gelo –, indossarono allora le vesti ornate d’oro e di porpora che stavano trasportando assieme al denaro, senza che nessuno osasse impedirglielo, poiché la sventura del sovrano accordava pure ai più umili ogni licenza nei suoi confronti.

(17)         Ammiano Marcellino, Le Storie, Libro XIV. 7. Crudeltà e ferocia di Gallo Cesare [20]; 9. Costanzo Gallo Cesare [7]-[8]: “In quel frattempo fu presentata denuncia che nei pressi di Tiro era stato tessuto di nascosto un manto regale, ma non si sapeva per ordine di chi o a quale uso fosse destinato…Si passò quindi ad indagare sulla faccenda del manto regale. Furono posti alla tortura coloro che l’avevano tinto di porpora e poiché confessarono che si trattava di una tunica pettorale senza maniche, fu introdotto in tribunale un certo Maras, diacono, secondo la terminologia dei Cristiani. Fu presentata una sua lettera, scritta in greco ed indirizzata al capo della corporazione dei tessitori di Tiro, in cui si sollecitava insistentemente l’esecuzione di un lavoro senza specificarne il modello. Infine neppure costui, sebbene torturato sino ad essere ridotto in pericolo di vita, poté essere costretto a confessare…Si estese quindi l’indagine a parecchie persone di varia condizione e poiché alcuni punti erano incerti e risultava che altri erano stati trattati con una certa leggerezza, dopo che molto erano stati rovinati, entrambi gli Apollinari, padre e figlio, furono mandati in esilio. Allorché giunsero in una località chiamata Cratere, una loro villa distante ventiquattro miglia da Antiochia, secondo gli ordini ricevuti furono loro spezzate le gambe e vennero uccisi”.
            Ammiano Marcellino, Le storie, Libro XVI. 8. Delazioni e calunnie al quartier generale di Costanzo Augusto. Rapacità dei cortigiani [4]: “Millantatore qual era, dopo aver giaciuto vergognosamente con quella donna leggera, l’attirò in un pericoloso agguato. La convinse con un cumulo di menzogne di accusare di lesa maestà il marito innocente e di sostenere che avesse rubato la veste di porpora dalla tomba di Diocleziano e che la occultasse con alcuni congiurati”.
            Ammiano Marcellino, Le storie, Libro XVI. 8. Delazioni e calunnie al quartier generale di Costanzo Augusto. Rapacità dei cortigiani [8]: “In quello stesso periodo accadde in Aquitania un episodio che la fama diffuse ampiamente. Un individuo scaltro, invitato ad un banchetto sontuoso ed elegante, quali spessissimo s’imbandiscono in quelle regioni, notò che le strisce di porpora delle lenzuola poste sui letti triclinari erano così ampie da essere congiunte grazie all’abilità di coloro che servivano a mensa, e che questa era coperta di tovaglie con analoghe strisce. Egli allora, volgendo con entrambe le mani verso l’interno la parte anteriore della clamide, la dispose in modo che sembrasse il manto imperiale. Bastò questo per rovinare un ricco patrimonio”.
            Ammiano Marcellino, Le storie, Libro XXII, 9. Giuliano A., dopo aver ingrandito ed abbellito Costantinopoli, si dirige ad Antiochia. Durante il viaggio dà denaro agli abitanti di Nicomedia, per riparare le rovine della città, e ad Ancyra amministra la giustizia.[10]-[11]: “…Un tale accusava violentemente di lesa maestà un suo nemico, da cui era diviso da aspri motivi di contrasto. Siccome l’imperatore fingeva di non sentire le accuse, quello per più giorni continuò a ripeterle, finché, richiesto chi fosse l’accusato, rispose che era un suo ricco concittadino. A queste parole il sovrano sorridendo gli chiese: ‘In base a quali prove sei giunto a quest’accusa?’ E quello di risposta: ‘Sta preparandosi un abito di porpora da un mantello di seta’. A queste parole gli fu imposto di andarsene in silenzio, ma senz’alcuna punizione, in quanto, uomo da nulla quale era, aveva lanciato una grave accusa ad un pari suo. Ma, poiché insisteva, Giuliano, tediato da questa faccenda, si volse al comes largitionum, che aveva visto vicino, e disse: ‘Ordina che a questo chiacchierone pericoloso siano dati dei calzari purpurei, perché li porti al suo avversario, il quale, per quanto ho potuto comprendere dalle sue parole, s’è fatto cucire un mantello di questo colore. Così si potrà sapere a che cosa giovino questi cenci senza che siano accompagnati da grandissime forze’.”

(18)         Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXXII, 77: “…La lana, sia da sola che tinta di porpora, giova assai: taluni la inzuppano di aceto e nitro”.
            Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXXII, 120, 125, 129: “…Il rivestimento calloso delle conchiglie della porpora, pestato, ha effetto collante sui tendini, anche tagliati…La cenere dell’osso di seppia fa uscire le punte conficcate nel corpo, come pure la cenere del guscio dei molluschi della porpora…Per guarire le mammelle è efficace la cenere dei gusci di murici o del mollusco della porpora con miele…”.

(19)       Marziale, Epigrammi, Libro III, II: “Allora potrai camminare unto di olio di cedro/ e, luccicante per il duplice ornamento del frontespizio,/ sarai fiero per le due punte dipinte dei bastoncini,/ la porpora delicata ti coprirà col suo vestito,/ il tuo titolo superbo sarà rosso di cocciniglia…”.
            Marziale, Epigrammi, Libro IV, X: “…Corri,/ ma porta il necessario: il libro deve essere accompagnato/ da una spugna fenicia…”.
            Marziale, Epigrammi, Libro V, VI: “…una pagina dal profumo di cedro e dal color della porpora,/ arrotolata intorno a due neri bastoncini…Se ben lo conosco, il signore delle nove Muse ti chiederà/ il mio libretto purpureo di sua spontanea volontà”.
            Marziale, Epigrammi, Libro VIII, LXXII: “…Non ancora adorno di porpora…/ ti affretti, o mio libretto, a seguire Arcano…”.
            Marziale, Epigrammi, Libro X, LXXXII: “…le mie poesie ancora edite,/ da poco avvolte da un nastro di porpora”.
            Marziale, Epigrammi, Libro XI, I: “…Dove te ne vai, dove, mio libro perditempo,/ ricoperto di una sidonia inconsueta”.
            Isidoro di Siviglia, Etimologie o origini. Libro VI. Dei libri e degli uffici ecclesiastici, XI. Delle pergamene [1]-[5]: “…La pergamena è chiamata anche membrana in quanto staccata dalle membra delle pecore…Le membrane purpuree…sono impregnate di porpora: su di esse l’oro e l’argento delle lettere, fondendosi con il colore del foglio, acquistano particolare rilievo”.

(20)         Isidoro di Siviglia, Etimologie o origini. Libro I. Della grammatica, III, 5-6: “…L’uso delle lettere greche fu introdotto dai Fenici, per cui anche Lucano scrive: ‘I Fenici per primi, se si crede alla fama, osarono/fermare la voce in rozze figure perché non si perdesse’. Da ciò deriva anche il fatto che, nei libri, le iniziali di capitolo siano scritte in colore fenicio, ossia in rosso purpureo, perché dai Fenici ebbero origine le lettere. Cadmo, figlio di Agenore, fu il primo a portare dalla Fenicia alla Grecia diciassette lettere: A, B, Γ, Δ, E, Z, I, K,. Λ., M, N, O, Π, Σ, Τ, Φ…”.

(21)         Ovidio, Metamorfosi, VIII, 562-564: “Entrò in una sala dai muri di pomice spugnosa e di ruvido tufo; il pavimento era umido di molle muschio, il soffitto era a cassettoni fatti di orecchie di mare alternate a múrici”.

(22)         Persio, Satire, II, 62-65: “A che giova...trasferire agli dèi i piaceri della nostra carne scellerata?...essa ha bollito la lana calabra nel deturpante murice…”.          
            Marziale, Epigrammi, Libro II, XVI: “Zoilo è malato: se ha questa febbre, è colpa delle lenzuola./ Se fosse sano, a cosa servirebbero le sue coperte rosse?/ A cosa il materasso nilotico, tinto di porpora puzzolente?...”.
            Marziale, Epigrammi, Libro IV, IV: “…l’odore di un tessuto due volte bagnato nella porpora,/ …: preferirei/ avere questi odori, Bassa, piuttosto che quello che hai tu…”.
            Marziale, Epigrammi, Libro XIII, LXXXVII: “I mantelli che vesti sono tinti del mio sangue, o ingrato:/ e, come se ciò non bastasse, sono il tuo cibo prelibato...”.
            Marco Aurelio, Pensieri, Libro VI, 13: “Come possiamo farci una precisa idea di manicaretti e altri cibi del genere tenendo presente che questi sono i resti di un pesce, quelli di un uccello o di un maiale; e che il Falerno non è altro che un po’ di succo d’uva; e la porpora, nana di pecora tinta con un po’ di secrezione d’una conchiglia; e l’accoppiamento non è che sfregamento di un organo ed emissione concitata di un po’ di liquidi…”.
            Marco Aurelio, Pensieri, Libro IX, 36: “Ecco il putridume della materia che forma il sostrato di ogni cosa: acqua, polvere, ossa, sudiciume. E ancora: i marmi sono incrostazioni della terra; oro e argento, sedimenti; le vesti, peli d’animale; la porpora, sangue; e così tutto il resto…”.

(23)         Marziale, Epigrammi, Libro XIV, CLIV: “Io, ubriaca del sangue della conchiglia di Sidone,/non so perché dicano che sono una lana sobria”.

 

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(ed. gennaio 2009)